Il Metodo spazio-temporale Terzi nasce nel 1920, come risultato dell’osservazione, dell’esperienza e del confronto con la teoria medica, di Ida Terzi, allora insegnante in una scuola per non vedenti.
Il Metodo esercita la capacità di elaborare principalmente le informazioni enterocettive, esterocettive, propriocettive e vestibolari.
Pur mantenendo separato l’apporto informativo proveniente da ciascun canale, la corteccia cerebrale dispone di ampie zone associative dove analizza e sintetizza i dati in arrivo da tutti i settori dell’esperienza per ricavarne concetti validi per tutte le interpretazioni e tutte le applicazioni. La corteccia cerebrale è la sede della decretazione consapevole delle risposte: può inibire una funzione o valorizzarla. La sintesi corticale, inoltre, è intimamente connessa alla vita vegetativa ed emotiva, ed è il risultato ultimo dei meccanismi integrativi e associativi che, a tutti i livelli, caratterizzano la dinamica del Sistema Nervoso (Ida Terzi, 1995).
Per il richiamo delle esperienze dalla memoria a lungo termine e dalla memoria di lavoro, l’individuo deve utilizzare il pensiero spaziale e la successiva integrazione, con quello verbale.
Il Metodo, lavorando sulla rappresentazione mentale, agisce, di conseguenza, sulle funzioni esecutive.
Infatti, anche in assenza della vista, la mente può non solo rappresentarsi gli oggetti nella loro concretezza tridimensionale, ma anche nella loro reciproca collocazione ambientale; cioè nei loro rapporti spaziali topologici di contatto, separazione, inclusione, esclusione ed ordine. Inoltre, ad ogni fase di elaborazione delle percezioni corrisponde un differente modo di rappresentare se stessi nello spazio. Le cadute mentali nelle operazioni di sintesi, che vengono rispecchiate nelle rappresentazioni, mettono in evidenza il succedersi ordinato dei meccanismi integrativi, che portano gradatamente alla costruzione di un’idea geometrica semplice come il punto e la linea, o complessa come la diagonale (Ida Terzi, 1995).
Il Metodo si prefigge di portare il soggetto alla costruzione mentale dello spazio euclideo (spazio metrico) valendosi del succedersi ordinato dei passi durante il cammino e mira al raggiungimento di tre successivi livelli di conoscenza:
• Qualitativa : richiede la capacità identificare i differenti modi che il corpo ha di camminare per raggiungere i luoghi e gli oggetti lontani (traslazioni per le distanze e rotazioni per le direzioni).
• Quantitativa: richiede la capacità di quantificare aritmeticamente e geometricamente i dati deambulatori elementari già qualitativamente identificabili.
• Modale: richiede capacità di integrazione finale dei dati deambulatori in una superiore organizzazione geometrica dello spazio euclideo.
Gli esercizi facilitano l’acquisizione della consapevolezza della diversità tra movimenti traslatori e rotatori del corpo. Valendosi di passi ben ritmati, intercalati a precise rotazioni del corpo (che permette la costruzione di percorsi a linea spezzata) consentono la graduale integrazione delle distanze e delle direzioni. Infine, rispettando un preciso ordine di difficoltà, si arriva alla costruzione dei perimetri e delle diagonali ( conoscenza delle aree) in campi di spazio sempre più vasti e complessi.

Per poter attuare questo metodo, ci sono delle condizioni necessarie: una stanza vuota, buia e silenziosa, il paziente deve essere a piedi scalzi e durante l’esecuzione degli esercizi, gli occhi devono essere bendati; la benda è anche il mezzo per dare un inizio e una fine all’esercizio stesso.
Fasi di tutti gli esercizi:
• Vissuto passivo (se la consegna è guidata)
• Vissuto attivo
• Rappresentazione (dello spazio topologico sull’ operatore e dello spazio metrico con una tavolozza di plastilina ed una squadretta, che rappresentano rispettivamente la stanza ed una persona).
Nota : “In questo Metodo non si colpevolizza, perché un errore non nasce dal nulla, non si sbaglia a caso, bisogna cercare la logica dell’errore” (Ida Terzi, 1995)
